Devo dire che quando Copons mi ha chiesto “ti prego, Pip, scrivi una recensione per il mio fantastico sito ché quegli altri merdosi hanno smesso di farlo” sono stato piuttosto reticente. Insomma, sono un ragazzo impegnato, ho un lavoro che mi porta via molto tempo, ho le lezioni di kung fu che non seguo più perché sono malato di cuore, ogni tanto vorrei anche vedere la Roma, non sono se posso scrivere articoli per te, caro Copons. Oppure, se vogliamo, temo che il (sicuro) successo che riscuoterà questo articolo mi costringerà a ulteriori collaborazioni con il tizio di cui sopra. Comunque… è ora di fare le presentazioni: sono Pip “Fabio Devoti” Boy e questa è la mia prima recensione per GiocaJouer, un sito molto divertente dove anche Sara Tommasi può fare bella figura. Abbiamo quindi modo di affrontare quello che, senza timore di smentita, è il GIOCO DELL’ANNO-DELLE-SOLUZIONI-SEMANTICO-ONTOLOGICHE (per un più semplice riferimento, il 2009 era l’ANNO-DEL-PANNOLONE-PER-ADULTI-DEPEND, e il 2013 sarà l’ANNO-IN-CULO-AI-MAYA): “Project Zomboid”. Nato come parto tra Minecraft e The Walking Dead, “Project Zomboid” racchiude nella sua isometrica essenza il sogno di tutta una generazione di videogiuocatori: raccontare la propria storia durante un olocausto zombesco, mischiando elementi splatter ad una gestione errepiggistica del proprio alter ego. Eccezionale.

L'estremizzazione del concetto di Survival Horror
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