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Esiste un posto dove essere “Gamers”, è uno status scopante.

Giuro.

Free to Play : The Movie, è un docu-film che parla proprio di questo; muovendo dalle vicende personali di tre gamers “pro” che presero parte al The International 2011 primo torneo mondiale di DOTA 2 a mettere in palio un milione di dollari – l’opera si prova, con un approccio documentarisco, a significare ai più l’incredibile concetto che ho espresso in apertura.

Non fatevi inculare dall’anti-relativismo. Per quanto sia difficile da credere, esiste davvero un posto del genere come è vero che esiste il Pigneto, il miglior quartiere al mondo dove essere un magrebino, un posto dove il sale è solo rosa e proviene solo e soltanto dall’Hymalaya e dove con la barba sfatta scopi alla grande. Accettato il Pigneto dunque, possiamo concettualmente accettare anche quel posto dove il “pro” dopo il “Gamer” non significa che riuscivi a finire Metal Slug con solo 500 lire ma piuttosto, significa che sei un professionista: questo posto, i più lo chiamano Asia.

 

Ed è proprio dall’Asia che viene, uno dei tre protagonisti di Free to Play, ma solo uno, perché con una scelta probabilmente non casuale, i sociologi Valve – software house produttrice e distributrice del film, ma prima di tutto Deus che muove Steam – hanno puntato i fari anche su un gamer americano e su di un Europeo, quel Dendi, leader dei Na’Vi, considerato da molti come il più grande “DOTA player solo”.

 

Parliamoci chiaro: non è coerente, in uno stesso articolo, sia citare nomi di team di e-Sport professionistici, sia esplicitare che cos’è la Valve e cosa fa; ma di questo Free to Play: The Movie, uscito il 19 marzo e visibile gratuitamente sia su Steam che su YouTube, ancora non ne ha parlato quasi nessuno, nemmeno sui blog di settore, e questa è un’informazione che ci fa drizzare il SEO quindi, cercherei di fare quello che farebbe un trans con la dissenteria, trovandosi di fronte alla scelta tra la fila per il cesso degli uomini oppure per quello delle donne: non mi radicalizzerei su di un principio.

E si; perchè mentre noi rischiamo di cacarci addosso i nostri preconcetti, i videogiochi continuano a caratterizzare l’idea di multimedialità come hanno sempre fatto; multimedialità però che, sempre più, si fa spirito del nostro tempo, grazie ai modus con i quali oggi, si veicolano le informazioni. È quasi scontato dunque, una volta che si familiarizza con la realtà, virtuale e non, che declinazioni competitive vengano spettacolarizzate, con relativo ritorno in termini economici. E di cino-fregna.

 

In conclusione, Free to Play è un film che mi sentirei di consigliare un po’ a tutti, agli amanti dei documentari come agli haters, perché mi chiedo che fine abbiano fatto entrambi i gruppi, da quando Michael Moore si è scoperto il pene e dunque non ha più tempo per il giornalismo d’inchiesta; lo consigilerei ai gamer, perché anche se adesso i The Pills fanno parte dell’#EndlessPlay, per loro al Pigneto, con o senza barba, non c’è spazio, e lo consiglierei anche a tutti gli altri, perché è sempre bello scoprirsi totalmente ignoranti in questioni da un milione di dollari. E poi perché è gratis.

 

16 querele

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